Malinteso (2)

Oggi vi vorrei raccontare la triste storia di un mio amico. Un giorno, apparentemente senza motivo, si licenzia dal lavoro, pianta in asso la famiglia e si trasferisce sulle Dolomiti, in Val Gardena.

Si iscrive subito ad una scuola elementare del posto, e tutti i giorni, insieme ad allievi molto più giovani di lui, sta curvo sui banchi ore ed ore a scrivere frasi come Bënunì te Gherdëina!, Bon diBona sëiraCo vala pa?, ecc. ecc.

Ma non si limita a questo: allo scopo di integrarsi ancora di più nella comunità locale durante l’estate inizia a frequentare un durissimo corso di arrampicata sportiva, mentre di inverno prende parte a estenuanti escursioni con le ciaspe o con gli sci da fondo; in un paio di casi rischia persino di morire assiderato. E quando non si arrampica o non scia partecipa a manifestazioni folcloristiche, prende lezioni di scultura su legno, beve tazze di vin brulè ustionandosi l’esofago, assiste a tre messe ogni domenica per conoscere un po’ di gente del paese e perfezionare le sue conoscenze linguistiche.

Passati dieci anni, può finalmente dire di essere padrone della lingua e della cultura del posto. Ma è allora che scopre l’atroce verità. Che cosa l’aveva spinto a fare tutto ciò? Parlando con un suo vicino di casa, un vecchio professore di liceo in pensione, aveva capito che il ladino apre la mente. Il mio amico infatti è un po’ sordo.

Dieci anni buttati per colpa di una consonante.

Sono episodi che fanno riflettere.

ladini

 

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